Pesce Vivo


martedì, 17 novembre 2009
Parole mutanti 

Mi impressiona che la parola stalker abbia assunto un significato del tutto negativo. Ieri sui giornali vi erano titoli, per via di un tragico fatto di cronaca, con questa parola, intendendo un persecutore molesto, di solito di genere maschile, pur essendoci più rari casi anche femminili. Si tratta di quei ex mariti, di quei ex fidanzati che non si rassegnano alla fine di una relazione e diventano ossessivi fino alla violenza fisica, fino alla morte. Invece il termine Stalker mi fa venire in mente l’omonimo e poetico film di Tarkovskij (1979), in cui lo Stalker è un inseguitore di verità sui propri desideri; è un uomo di fede, anzi è un povero di spirito, come ha notato Raul Bucciarelli nel suo bel sito in costruzione su tutto l’artista Tarkovskij . Dice lo Stalker: “La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l'uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l'albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza.“  Penso che rivedrò questo film il prossimo fine settimana, però solo se piove. Ce l’ho ancora in VHS. Quanto sono antica…
   
     

Una presenza irriducibile 

A proposito della sentenza della Corte europea sui crocifissi

 

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani - l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera - si sono scandalizzati della decisione.

 

“E voi chi dite che io sia?”. Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora.

Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo.

Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale.

Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta.

I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima!

 

Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere - ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti - abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale.

Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita.

 

La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi? O, detto con le parole di Dostoevskij: Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?”.

 

Novembre 2009

Comunione e Liberazione

 

 


giovedì, 12 novembre 2009
Epidemia maligna 

Mia madre è terrorizzata dalla nuova influenza H1N1. Ogni volta che va dal medico di base, -molto spesso-, gli chiede il vaccino. Egli pazientemente le spiega che lei non rientra nei casi da vaccinare.

Mia madre non ci crede, è convinta che sia una strategia per far fuori i vecchietti.

Oggi è andata ancora dal medico. Medesima scena.

Mia madre nell’accomiatarsi tragicamente lo saluta: “Non ci vedremo più, sento che questa pandemonica mi ammazzerà…"
                    

La maglia gialla 

Su La Repubblica di ieri, Adriano Sofri recensisce un libro del suo amico Gad Lerner dove questi “torna dolorosamente sulla storia della sue origini da Leopoli al Libano”.

Seguivo Lerner molto più nel passato, per lo più ai tempi in cui faceva la rassegna stampa a Radio Popolare e ho gioito con lui quando ottenne la cittadinanza italiana, avendo avuto lo stesso problema burocratico. Appena posso leggo qualsiasi libro di memorie familiari, soprattutto se ciò riguarda l’Est Europa,  e mi propongo di leggere anche questo intitolato“Scintille”, appena pubblicato da Feltrinelli editore.
Traggo da Sofri: “Una storia di anime vagabonde, le anime dei suoi, vivi e morti. (…) Parte, coscritto da un nome - dalla parola gilgul (N.d.B. è il termine ebraico per la trasmigrazione delle anime) - il tumulto delle anime strattonate, il vortice che le travolge e le frantuma in scintille dopo che il loro trapasso è stato dirottato da una sventura, e le fa vagabondare illudendo che ogni arrivo in un luogo nuovo sia un ritorno.”
Dopo la lettura del libro, Sofri scopre di non conoscere così bene l’amico: “quando si pensa di conoscere “bene” qualcuno, di essergli amico, si è spesso dimenticato di farsi più domande sul suo conto, di chiedersi com’è, come sta, da dove viene e dove va, e a che punto è – a che punto siamo”.  Se qualcuno gli avesse chiesto di descrivere il suo amico, Sofri gli avrebbe raccontato questo “piccolo episodio di galera”: “Io ci stavo dentro, lui mi faceva visita. Io avevo una maglietta qualunque, grigia, lui un elegante maglione giallo. Non lo aspettavo, l’avevo visto in televisione la sera prima, avevo indosso la maglia gialla, io passavo per uno fermo agli stessi colori poco colorati, grigio, nero tutt’al più blu. Tornai nella cella sgargiante, e lui tornò in strada con quella maglietta grigia.”. 

                                  


lunedì, 09 novembre 2009
La legge della sottrazione 

Carlo Ossola, su Il Sole24ore di ieri nell’articolo "Ma l’identità è sottrazione?", scrive a proposito della sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo sul Crocefisso esposto nelle scuole italiane, rilevando una novità, per quanto relativa ai nostri giorni, assai simile all’ "ansia giacobina della Rivoluzione" che tagliava "le teste ai santi dei portali delle cattedrali francesi".
Ecco la novità: "L’elemento nuovo è il legiferare sui simboli: essi o sono attivi, insegna la semiologia, come un semaforo rosso, trapassando il quale si incorre in una sanzione, o sono "culturalizzati", come i crocefissi nelle aule, sulle vette delle montagne, in qualche cappelletta ai crocevia: non obbligano a sostare né a fare il segno della croce (…) se il simbolo è interamente secolarizzato, è parte del "paesaggio storico": pretendere di toglierlo sarebbe come se il ricorrente fosse affetto da allergia al polline dei tigli e pretendesse –anzichè risalire alle cause della propria allergia – sradicare tutti i tigli, le rose, i fiori del vicinato e del paese intero. Se invece è, anche per un solo bambino o famiglia, ancora traccia del sacro, va mantenuto. Quello che preoccupa oggi, nel farsi di una coscienza europea, è che essa si fa – alla lettera- per "rimozione": toglie anziché aggiungere, rendere compatibile la pluralità, la ricchezza del molteplice; si invita a "decapare", eradere il nostro continente, così procedendo sarà desertificato di simboli; l’uguaglianza si farà per astrazione, per neutralizzazione. La cultura europea sarà perfettamente incolore, insapore, asettica, liofilizzata; ci unirà l’invisibile, l’invivibile: il nulla".

Il Dio di Alda Merini 

Sul numero de L’Espresso in edicola un’intervista raccolta come un dettato da Cristiana Ceci nel 2004: "Il Paradiso perduto di Alda merini".
"Io sono molto cattolica, la mia parrocchia a Milano era San Vincenzo in Prato. Mi sento cattolica e profondamente moralista, nel senso che sono una persona seria allevata da genitori serissimi, pesanti e pedanti in fatto di morale. Non lo so se credo in Dio, credo in qualcosa che... credo in un Dio crudele che mi ha creato, non è essere cattolici questo? Perché, Dio non è così? Tutti abbiamo un Dio, un idoletto, ma proprio il Dio specifico che ha creato montagne, fiumi e foreste lo si immagina solo... Con la barba, vecchio, un po' cattivo, un Dio crudele che ha creato persone deformi, senza fortuna. Credo nella crudeltà di Dio. Non penso siano idee blasfeme, la Chiesa non mi ha mai condannata. Anzi, il mio "Magnificat" è stato esaltato, perché ho presentato una Madonna semplice, come è davvero lei davanti a questo stupore dell'Annunciazione, che non accetta fino in fondo perché lei ha San Giuseppe."
Franco Loi, sull’inserto culturale del Sole24ore di ieri, nell’articolo "Poesia e incantesimi", meglio delinea questo sentimento religioso e poetico della Merini: "La contraddizione armonica è il segreto di questa sua poesia, come forse è della sua realtà vivente, il suo dirompente esistere nel mondo: il mistero o Nulla o Dio – un assoluto dialogante e posto come salvifico- e la miseria dello "stare nel mondo", la povertà inerme della condizione umana. (…) Una volta mi chiese: "Tu, ci credi in Dio?" "Si" le risposi, "come i bambini…". "E’ il vero modo di credere" disse, "ma non sempre ci riesco…".


giovedì, 05 novembre 2009
Le zucche vuote di Barabba 

“Hanno votato ancora per Barabba”  sanciva una azzeccata vignetta del Corriere della Sera di ieri, dove si vedeva Cristo che usciva dalla porta di un’aula scolastica portando a spalla la croce. Il tema è causato della decisione della corte di giustizia europea di interdire il crocefisso dalle aule della scuola pubblica italiana, poiché impedirebbe la libertà di educazione dei genitori. Ho seguito la vicenda legale fin dai suoi albori e durante tutti questi anni una signora italiana di origini finlandesi aveva fatto ricorso più volte ma senza successo alla giustizia italiana. In questi giorni ero a casa in preda all’influenza e ho avuto occasione di sentire veramente di tutto. Quanti insoliti paladini della Croce! Un po’ laconicamente e assieme gesuiticamente spero che tutto possa servire per l’azione dello Spirito.

Vi è un equivoco di fondo alla sentenza, ovvero il convincimento che la scuola (pubblica) possa essere un luogo neutro per l’educazione. Anche se si volesse abolire ogni simbologia grafica o scultorea, si correrebbe il rischio che la parete vuota diventi il simbolo vuoto del laicismo, il nulla simbolico, e non della laicità, che è tutt’altra cosa. Non esiste neutralità nella storia e vita umana. Siamo tutti contaminati dalla storia e dalle storie in cui nasciamo. Possiamo rifiutarle, per tanti motivi, ma facendoci necessariamente i conti. Il punto non è solo nell’esporre la Croce o no in un’aula scolastica –una battaglia di principi contrapposti che non finirà certo adesso-, ma il modo con cui si guarda a quella Croce.

L’unico merito del ricorso, se così si può dire, è un implicito riconoscimento della forza del simbolo religioso in tempi in cui tutto sembra cadere nell’indifferenza. In realtà dentro e fuori dalla scuola vi è un’invasione simbolica della mente giovanile come mai ce ne sono state nella storia umana da parte dei miti dei mass media, quasi un inquinamento per eccesso, senza alcuna metabolizzazione, senza filtri. Alla signora finlandese il Crocefisso provoca qualcosa. Niente di nuovo, a mio avviso, ma è sempre pur qualcosa: lo scandalo della Croce in un'altra direzione. Un adolescente che conosciamo bene ci diceva ieri: “Abbiamo il crocefisso in classe ma non abbiamo l’orologio…”. Sic. Ci si deve confrontare non solo con una tradizione e con una fede che rischiano di svuotarsi, ma anche con i cambiamenti culturali in corso. Il più sarcastico mi è sembrato il cardinale Bertone: “Ci restano le zucche vuote…” alludendo più probabilmente a quelle usate per lanterne durante la festa pagana di halloween che alle teste vuote 


martedì, 27 ottobre 2009
Le api e i fiori 

Mia madre ha compiuto questo mese settanta anni, che non dimostrerebbe affatto, se non fosse per il pace-maker, il bastone da passeggio, le scarpe basse e comode, il rossetto rosa chiaro e il cappellino in ogni stagione. La stavo facendo salire in automobile e all’improvviso mi chiede: “Chi è un transessuale?”.
Mi sono cadute le chiavi per terra e mentre, con lentezza le raccoglievo pensavo: maledetti giornali che non spiegano, lanciano scandali e parole e danno per scontato.
Con tutta la scientificità di cui sono capace, le ho spiegato le api e i fiori.
Ci sediamo in auto. Avvio. Partiamo. Penso “è andata”.
Invece insiste: “Ma come si fa a fare l’amore con un transessuale?”
“ Beh, oggi pare essersi persa la questione morale… Cossiga ieri sera a ottoemezzo citava il catechismo cattolico…”
“No, no, intendo dire….tecnicamente. Come fanno?”.



lunedì, 26 ottobre 2009
Riassunto delle puntate precedenti 

Dove eravamo rimasti? Nella vita, certo. L’ultimo anno ho dato fondo alle mie energie verso un lavoro che pareva a rischio, verso la famiglia, dovendo occuparmi di più persone, combattendo sensi di colpa per lo scrivere che pareva, anche a detta di cari amici, una perdita di tempo. Non è così. Ho bisogno di scrivere proprio per poter meglio vedere. Difficile parlare di Dio oggi forse per quel processo di evoluzione antropologica per cui agli uomini si è seccata la ghiandola della fede” (citazione a memoria da un film di Tarkovskij). Non mi interesserebbe parlare e scrivere d’altro se non di Dio e della Sua presenza reale ora e qui. Sono convinta che ricercare la gloria umana di Cristo” sia davvero acquistare il campo dove sta l’unico tesoro per cui valga la pena vivere. Secondo una misura che non riconosco non mia, sono colma di grazie e di epifanie quotidiane nella realtà di ogni giorno. In uno di quei rientri serali in cui ero stanchissima e di umore nero, sulle scale mobili della metropolitana, ho colto la conversazione, in milanese originalmente, di due ultraottantenni, abbastanza malmessi: “Non mi fa paura andare nell’aldilà. Sarà bello. Bellissimo.” “Sarà così – risponde l’altro-. Anche io la penso così. Ma sai perché? Perché… come è bella la vita.” “Sì, è sempre più bella…” . C'è sempre qualcosa o Qualcuno che mi riprende per i capelli quando mi sembra di essere precipitata sul fondo, si chiama grazia.

 

 


mercoledì, 21 ottobre 2009
Quel forte piantatore d'alberi ovvero Don Giorgio Pontiggia 

Una grazia è stato conoscere Don Giorgio Pontiggia, -morto a Milano il 19 ottobre a neanche settant’anni, i cui funerali si sono tenuti oggi pomeriggio-. Quando ero liceale, davvero molti anni fa, partecipai ai Tridui pasquali e a delle bellissime vacanze sulle Dolomiti, a Falcade, guidati da lui. Ricordo benissimo il mio diciottesimo compleanno in sua compagnia. Non era un prete facile e tenerone, tutt’altro. Era un uomo sanguigno, collerico, diventava rosso e gli pulsavano le vene del collo quando gridava ciò a cui più teneva, ovvero Gesù Cristo: rendeva presente e vero Gesù Cristo a dei ragazzini. Quando si prendeva la parola ai suoi incontri, bisognava avere coraggio perché si veniva strapazzati di sicuro, ma quanto bene ne usciva per tutti! Ci dava risposte energiche come colpi di vanga per piantare più solide le nostre radici di giovani alberi. Mi hanno raccontato che con gli anni si fosse un po’ calmato, ma della sua forza ci ho campato per anni: una vera scossa educativa da vero educatore. La grande forza di questo sacerdote era quella di Cristo e spintonati anche da lui, dopo tanti anni, in tanti permaniamo ancora in Cristo e nella Chiesa, speriamo come querce. Grazie, Don Giorgio.


lunedì, 27 ottobre 2008
L'insostenibile leggerezza di Dio 

ateismo
Forse sono l’unica cristiana del mondo occidentale che stia ancora ruminando l’affermazione del Papa sulla solidità della Parola di Dio rispetto al Nulla del denaro.
Ci penso ogni giorno. Ci sono costretta lavorando in banca, per di più a pochi metri dalla Borsa di Milano, la crisi finanziaria la sto vivendo da vicino avendo conoscenti e colleghi proprio del settore (dealers, brokers, managers e chi più ne ha più ne metta fra coloro che sarebbero degli impiegati bancari e basta). La frase del Papa sulla solidità della parola di Dio in una tempesta economica di queste proporzioni ha suscitato quello che doveva suscitare, ovvero ricordare una verità sacrosanta, tuttavia ho notato un sarcasmo esagerato. Del tipo: “Che rendimento ha la parola di Dio? Al netto? ” e così via.
L’affermazione del Papa mi ha colpito sul vivo, sulla domanda ultima, per cui certo che anche il denaro importa, ed è importante, ma scava, scava, su che cosa è radicata la mia vita? La Parola di Dio mi può salvare veramente? E’ al centro della mia vita?
Quanto è difficile avere tempo per leggere e per meditare la Parola perchè si deve fare altro, invece ci sarebbe tempo e tempo. Non credo a chi dice che non ha tempo, perché è la stessa bugia che uso con facilità e con leggerezza anch’io.
Leggere la Bibbia non è semplice. Vi avevo già raccontato di amici che avevano cominciato a leggerla dall’inizio come se fosse un romanzo, cadendo poi sulla complessità di un testo così stratificato in ogni senso e in ogni direzione. Poi c’è chi ne medita un pezzettino alla volta e mi sembra Snoopy (il bracchetto di Schulz) quando voleva leggere Guerra e Pace a Woodstock (l’uccellino giallo tutto arruffato) una-parola-al-giorno ("eh", primo giorno; "bien", secondo giorno; "mon", terzo giorno; "ami", quarto giorno...): un compito infinito (e propendo a leggere anch’io così!). Non mi sembra neppure una questione di metodo di lettura, non del tutto. Esiste un livello di risonanza esistenziale, per cui questa storia narrata dalla Bibbia è la mia storia; per cui le parole di Gesù salvano veramente la sottoscritta dal Nulla. Dalla passata salvezza alla presente salvezza: sentirsi afferrati dalla Parola è quello che intendo.
La Parola ha un peso specifico molto profondo nel significato della propria vita. Dio ne ha ancora di più: gli atei inglesi hanno pagato di tasca propria una campagna pubblicitaria sui bus londinesi a favore dell’ateismo: “There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life”.
Se Dio fosse solo una parola senza Parola, che senso avrebbe una campagna pubblicitaria simile? E’ che pesa, pesa… più dell’ircocervo.


martedì, 23 settembre 2008
I fricchettoni di GesĂą 

(No, non è un nuovo movimento nella Chiesa perché ne fanno a meno, fanno a modo loro.)
Su Internazionale di questa settimana vi è un articolo, corredato da ricche foto, sul movimento dei Jesus Freaks. Dalle immagini, si vedono ragazzi in jeans, magliette nere con la stampa di Gesù con il cuore in mano, capelli tagliati come i punk che pregano all’aperto: “Hey, Padre nostro!”. Nel 1991 tre ragazzi ad Amburgo si incontravano in una casa: “Erano ciapati per Gesù e lo volevano vedere in azione. In quel appartamento molti iniziarono a pregare disinibiti” (dal sito svizzero "Jesus Freaks").
Gli incontri si moltiplicano, così come aumentano le persone che vi partecipano, fino ad arrivare ad affittare un caffè. Ai giorni nostri organizzano festival con musiche, canti e preghiere adattati al genere freak. Il piccolo, ma non poco importante, dettaglio è che fanno a meno della Chiesa. Non sono i soli. Ho i vicini di pianerottolo statunitensi, evangelici: si sono affittati una palestra fondando una chiesa tutta loro. Da cattolica, “ciapata” di Cristo anche io, mi sembra strano, persino un po’ buffo quando sono in vena di scherzare. Vedendo perfettamente quanto la Chiesa cattolica e Cristo siano una cosa sola, spero e prego che tutti questi movimenti, che si dicono cristiani, portino veramente e finalmente a Cristo chi lo cerca con cuore semplice.
(Se sapete esattamente chi siano i fricchettoni, sappiate che ciò denuncia la vostra età; oltre alla mia… ahimè)


mercoledì, 17 settembre 2008
I miei trenta amanti 

(No, non sono miei, leggete avanti. Grazie.)
Corrado Augias, su La Repubblica di ieri, risponde ad un lettore, cogliendo l’occasione per elargire consigli al Papa post visita in Francia, e, -perchè no?-, alla Chiesa: “(…) A Parigi (N.d.B. il Papa) si è ritrovato a contatto con un presidente pluridivorziato, una moglie del presidente libertina dichiarata perfino nelle parole delle sue canzoni ('mes trente amants'), un sindaco altrettanto dichiarato omossessuale, una ministra della Giustizia nubile e in attesa di un bambino da padre al momento sconosciuto. Insomma un ampio e variegato campionario di quei comportamenti che la chiesa condanna come si è visto a Lourdes. (…) parlando ai vescovi, ha richiamato i divieti che la dottrina riserva ai divorziati, agli omosessuali, alle coppie di fatto. La famiglia è nella tempesta, ha detto, anche se sui potrebbe in vece dire che la famiglia tradizionale, sotto la spinta impetuosa dei cambiamenti, è in una fase di trasformazione profonda. Quasi solo la pubblicità continua a mostrare la giovane coppia felice, con accanto due sorridenti bimbetti, in gita tra casali, mulini, prati verdissimi. La realtà è diversa e forse la Chiesa potrebbe prenderne atto e vedere come si possano far rientrare le nuove forme di unione (omosessuali compresi) nel grande abbraccio cristiano. (…)”
Cristo è venuto per tutti, non solo per le persone che vivono in un contesto familiare fatto di un padre, una madre e dei figli. Le famiglie tradizionali peraltro vivono con maggior fatica e in locations assai meno suggestive di quelle della reclame.
Dunque il Papa è venuto a trovare il pluridivorziato e amici, portando in sé la proposta di bene della Chiesa, che è un cammino che abbraccia tutta l’umanità. La questione non può essere quella di adattarsi o no alla realtà, ma se la realtà che si intende sia quella che abbraccia veramente tutto, compreso il destino dell’uomo. Che cosa siano il bene e il vero, la Chiesa li propone e ripropone continuamente. Augias non vede invece, come molti, l’amore che c’è nel ribadire continuamente il bene che tutti abbraccia, abbracciando tutta la realtà, senza la ricerca del consenso accomodante e facile.
Resta sempre in essere la fatica della misericordia reciproca. Reciproca, sottolineo.


venerdì, 12 settembre 2008
Apocalypse now 

Scrive Gabriele Beccaria, su La Stampa di ieri on line, a proposito del famoso esperimento fisico in corso in quel di Ginevra: “Che delusione. Che peccato per i credenti che si aspettavano la fine di tutto o l’inizio della fine. Il mondo c’è ancora e loro sono costretti a cominciare un’altra giornata qualunque, con cappuccino e brioche o con alghe e tè. Il buco nero dell’Apocalisse non si è visto, ma intorno al Cern di Ginevra è stato impossibile telefonare per ore, suscitando i peggiori sospetti.”
Insomma, primo punto, non so di quali credenti parli il giornalista, più che credenti piuttosto creduloni alla pubblicità. Secondo punto, non mi sento pronta per l’apocalisse. Niente scuse morali. Non ho nulla da mettermi. Come ogni inizio stagione.
Qualcuno sa dirci se poi si è vista la particella di Dio?


mercoledì, 10 settembre 2008
Se Dio si trova in ogni cosa 

Pietro Citati, su La Repubblica di ieri, rimanifesta la sua usuale fascinazione per lo gnosticismo - il più vecchio nemico del cristianesimo -, di certo fascinazione non meritata per l’argomento in sé: la pubblicazione in un Meridiano delle Storie e leggende chassidiche (Mondadori, euro 55, ahimè il costo) con la relativa promozione pubblicitaria sulle cosiddette pagine culturali (ahimè, ancora).
Scrive il critico: “Secondo la tradizione chassidica, il cosmo divino è simile a un uomo, che ora inspira, contraendo o dilatando il petto: o a una marea, che ora fluisce ora rifluisce. In un primo momento, Dio si contrae in sé stesso. Poi si espande, si allarga, si apre, si manifesta, ispirato dalla forza dell´amore, e getta nello spazio la luce delle sue dieci emanazioni, le dieci Sefirot. (…) La forza della pura luce divina è troppo sovraeminente, eccedente, trionfale, troppo tremenda e meravigliosa, per sopportare qualsiasi adombramento. I vasi, più pesanti e impuri, delle sette Sefirot inferiori si frantumano, sotto l´urto violentissimo della luce; e le scintille divine si sparpagliano in ogni angolo della futura creazione (…) Da un lato, la rottura dei vasi fa parte del provvidenziale processo di emanazione e rivelazione di Dio: come il seme di grano deve far scoppiare la scorza per germinare e fiorire, la luce spezza i vasi per diffondersi nell´universo. Ma tutto ciò è anche uno spaventoso disastro. Se Dio aveva cercato di purificare la propria luce dalla propria ombra, ora le sue scintille sono mescolate, contaminate, prigioniere del demoniaco. Tutte le lacune, le imperfezioni, le incertezze, le discontinuità che lamentiamo nell´esistenza di questo mondo, non sono dunque un caso. Se noi guardiamo lassù, in quegli abissi di puro splendore, vi scopriamo lo stesso disastro. La perfezione di Dio è un punto, nascosto nel cuore dell´Infinito, nel centro dove egli si conosce e si riflette- ma gli occhi della nostra fantasia non riescono a scorgerlo. (…) Riflettendo sulla rottura dei vasi, i chassidim compresero che Dio era dovunque: in tutti gli uomini e in tutte le cose, specie le più umili e povere, santificate dall´uso quotidiano - le pietre, il cuoio, il desco da ciabattino, il cibo, le erbe, la saggina della scopa, il bagno rituale, gli animali da cortile, il lavoro dei campi, i vicoli dove si leva intensissimo l´odore della concia, e perfino il cuore dei malvagi”.
Questa conclusione di Citati mi pare eccessiva, - un poco modaiola, segue la tendenza odierna alla confusione, al rimescolamento dei piani -, però la pubblicazione di questo volume ha il pregio di ricordare questa grande tradizione spirituale ebraica: “Anche se il tuo cuore è infelice, - dicevano - puoi almeno ostentare un viso allegro. In fondo al cuore potrai essere triste, ma se ti comporterai come fossi felice, alla lunga meriterai la vera gioia”.



venerdì, 05 settembre 2008
Le braccia di Dio 

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Mia madre ha dato certamente da fare, ma non è stato per lei che mi sono allontanata. Mi sono occupata anima e corpo di chi aveva bisogno di me, anima e corpo, e soprattutto aveva bisogno del mio tempo.
Sembra che tutto sia andato bene fino ad adesso, anche se necessita ancora e comunque di attenzione e impegno costante.
Però senza scrittura stavo male, malissimo.
Però non sono stata sola. Non sono sola. Qualcuno mi ha portato in braccio per tutto questo tempo e questa strada. Sarebbe bello riuscire a raccontare tutto questo bene…

A mò di ritorno 

“Ora fai che il plurale si ritragga
Indietreggi, dica di nuovo: io”


(Antonella Anedda, da “Dal balcone del corpo”, Milano)

Rieccomi.


venerdì, 30 novembre 2007
 
Ancora un poco, un poco appena



Pensavamo (ma anche sofferto e pregato) a chi ha perso da poco una persona cara scrivendo della terribile bellezza di Cristo, perchè in questi momenti la si intravvede così tremenda.
Tale bellezza non ci risparmia il passaggio della morte nell’attesa della Resurrezione della carne. Lo strano permanere, la strana compagnia di chi se ne è andato da questa vita terrena è un aspetto di questo terrore necessario, di questa mancanza permanente nella carne di una presenza che solo un attimo prima potevamo toccare.
E’ un terrore tuttavia non smarrito, che non fa perdere del tutto l’orientamento. E’ una mancanza che può essere riempita solo dallo stesso Cristo. Chi ci ridarà la persona cara? Chi ci ridarà questo tempo senza di lei? Certamente da chi è il significato della vita viene già qualcosa, subito, al presente.
Per la liturgia ambrosiana è già tempo d’Avvento, un periodo forte, davvero intenso: “Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà.” ( Eb 10,35-39).


mercoledì, 21 novembre 2007
 

La vuota bellezza

Come siamo ridotte! Vivendo fra gli abissi e le altitudini estreme, ormai leggiamo i libri che compaiono nelle classifiche, ovvero quelli che si comperano scontati anche nei supermercati.

L’eleganza del riccio  di Muriel Barbery, e/o Edizioni, è uno di questi libri. All’inizio lo leggevamo con diletto, sempre pensando alla favola di cenerentola. Alla fine ci siamo indispettite. La trama parte dal nascondimento umano dei personaggi principali: una taciturna portinaia di mezza età, in un palazzo parigino alto borghese nasconde il suo essere coltissima, appassionata d’arte, di letteratura e di filosofia; una adolescente di una buona famiglia nasconde la sua disperata e sensibile intelligenza; solo l’arrivo di un nuovo inquilino giapponese, con la capacità di scoprire queste vite segrete, saprà anche in un certo senso riunirle rompendo la loro solitudine.

Il libro possiede accenti filosofici, senso dell’umorismo, una scrittura ancora immatura ma assai promettente per capacità di legare trama con la leggerezza dello stile.  La cultura, la bellezza e il modo in cui le si vivono sono la trama portante del libro oltre ad esserne la soluzione, più contro il mondo, non tanto nel mondo. Qui sta il punto che non ci aggrada.

Il nascondimento esistenziale della portinaia è la metafora di un ancor più generale nascondimento, quasi un esilio, una solitudine delle persone che amano la cultura: tale metafora vuole incarnare l’immedesimazione forse di ciascun lettore contemporaneo nel nostro tempo, epoca che parrebbe aver smarrito il valore sociale per tutto ciò che è cultura e bellezza. Il celarsi al mondo delle persone colte forse è una necessaria autodifesa, ma non è giusto, al di là dei motivi nella finzione per il personaggio della portinaia, poichè viene perso molto nel rapporto con gli altri, oltre che nel quotidiano esistere, nella vita insomma.

E’ un passo, quello della bellezza, che conduce ad un Altro, altrimenti resta vuota forma come sembrano certe cerimonie orientali private di ogni metafisica. Ricordiamo il Don Giovanni di Kierkegaard per il quale l’estetica era fine a se stessa ma non lo appagava mai, lasciandolo sempre insoddisfatto.

La bellezza salverà il mondo, scriveva Dostojevskij. Quale bellezza? La bellezza intesa come godimento estetico nascosto e privato non appaga il desiderio di infinito che ogni uomo porta nel cuore e che riconosce se è leale. C’è una bellezza che fa uscire da se stessi, che da un Altro porta al volto degli Altri. E’ solo la bellezza di Dio che salva, che motiva, che muove, che sovverte: la terribile bellezza di Cristo, la gloria umana di Cristo


venerdì, 09 novembre 2007
 
L’io, pidocchio del pensiero/113

Pietro Citati recensisce, ne La Repubblica dell'altro ieri, Il viaggio dell’anima, Mondadori, un volume pubblicato dalla Fondazione Valla: “Oggi abbiamo quasi dimenticato cosa significasse leggere un solo libro, come i Padri della Chiesa, nei primi secoli del Cristianesimo. Certo, Clemente di Alessandria o Origene o Gregorio di Nissa o Agostino avevano una buona cultura classica: conoscevano Platone o Plotino; ma queste letture erano soprattutto strumenti per comprendere meglio il libro dei libri, l’Antico e il Nuovo Testamento. Vivevano in questo libro: immersi, intrisi, posseduti dall’inesauribile testo. Vi trovavano tutto: il passato, il presente, il futuro: l’universo, la propria esistenza e la propria morte, il peccato e la grazia, gli angeli, il mondo celeste; e dovunque, nascosti in ogni versetto, Dio e specialmente il Cristo, che aveva trasformato la loro vita. Conoscevano la Bibbia a memoria: una memoria di cui abbiamo dimenticato l’intensità e l’estensione. Non ricordavano passi separati: commentavano la Genesi con un luogo dell’Apocalisse, l’Esodo col Canto dei Cantici, i Salmi con le Lettere di San Paolo, e solo così pensavano di giungere alla vera comprensione del testo. Tutti i passi della Bibbia risuonavano ed echeggiavano nella loro mente, sino a produrre l’effetto di una immensa sinfonia e permettendo di abitare il mondo senza pericolo”.
Per Citati questo viaggio dell’anima, a livello di interpretazione intellettuale, sarebbe senza fine, almeno in questa vita terrena: “Durante il viaggio, i cristiani non abitano in case: la casa è costruita, conclusa, definita, statica. Abitano in tende: la tenda -questo luogo provvisorio, che oggi si monta domani si smonta- è il simbolo della contemplazione, e di quell’inesauribile, ansioso vagabondaggio, che ci consente la conoscenza religiosa. La religione è una serie successiva di tende: ogni acquisto di conoscenza diventa l’avvio per la conoscenza di qualcosa che sta più avanti, e così via, senza fine. Il viaggio non ha conclusione”. Infine: “Quasi tutta la letteratura occidentale è un cosciente viaggio dell’anima, fino a Proust e Musil”, ma “il più disperato e felice, che Kafka compose nel 1918 (…)come raggiungere Dio, o l’Uno. O l’Essere o, come Kafka diceva, l’Indistruttibile (…) malgrado questi inciampi, labirinti ed arresti, la via vera esiste, e non possiamo “sottrarvi né aggiungervi nulla”. E’ lassù e ci attende e noi possiamo percorrerla; o piuttosto esservi portati in volo, come diceva Gregorio di Nissa, la via vera è la porta dell’Eden. Che esiste ancora oggi, ed è fatto per noi. Esso ci aspetta: è aperto: nessuna fiammeggiante spada angelica lo difende; anzi -notizia inesplicabile- noi vi abitiamo adesso, in questo preciso momento, sebbene in apparenza abitiamo la terra, lassù cresce l’albero della vita, che rivela un bene che sta prima della distinzione del bene e del male: unità armoniosa tra gli opposti, abolizione dei contrari, luce senza macchia d’ombra. Dopo il 1918, Kafka non raccontò più questo mito: non poteva riscriverlo, perché era troppo lontano dalla nostra e dalla sua vita. Eppure non lo dimenticò mai. (…) immaginando una letteratura completamente nuova, di cui non scrisse (probabilmente) nemmeno una sillaba".
Era partito bene il Citati con la felice descrizione di ciò che voleva dire leggere la Bibbia nei primi secoli del Cristianesimo, ma di seguito gnosticamente inciampando in quella miriade di interpretazioni mitiche che portano al silenzio assoluto, all’inespresso kafkiano, non tanto mistico quanto piuttosto afasico del nichilismo moderno. Per grazia, noi siamo una vecchietta vicino alla stufa che legge alla sera la Bibbia. Di certo non possediamo la stessa perizia dei Padri della Chiesa, ma per merito della Tradizione, che non fa disperdere il senso spirituale di questa lettura, vogliamo sentirci almeno eredi della stessa intensità di fede, si spera.
Karl Barth si domandava se fosse meglio essere per l’appunto quella vecchietta o un teologo come lui, implicando già nella domanda la relativa risposta. E’ che Citati pare frequentare poco le vecchiette clericali preferendo fredde correnti gnostiche alla stufa.





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