Il guardone della messa
"Lo zelo per la tua casa mi divora” (Salmi 68, 10) Comincia così l’introduzione alla nuova occupazione di Camillo Langone, su Il Foglio del 9 dicembre 2005 e continuerebbe con un promettente: “Solo Cristo ci può salvare.(...) Il sacrificio di Cristo e le sue parole così necessarie alla nostra vita sono tramandate nella Santa Messa, con venti secoli di splendida, commovente fedeltà a quello che lui disse durante l’ultima cena: “Fate questo in memoria di me”. (...) Siamo noi ad avere bisogno di Cristo, non è Cristo ad avere bisogno di noi. Siamo liberi di non andare a messa, possiamo accontentarci di vivere senza compagnia dentro una fossa senza luce. Non è che si partecipa alla funzione domenicale per compiacere le alte sfere, è tutta la comunità a ricavarne coesione e dolcezza: “Dove c’è Gesù gli uomini diventano migliori” (Papa Benedetto XVI). Ma non tutte le messe sono uguali. Sia chiaro: nell’ostia il corpo di Cristo c’è sempre, anche quando a officiare è un prete in jeans in mezzo a un capannone. (Idea cattolicissima dei sacramenti validi anche quando chi li somministra è indegno, idea perfino ovvia quando si pensa che lo Spirito non ce lo mette il prete ma Dio). Voglio dire che non tutte le messe stimolano la partecipazione e l’entusiasmo nello stesso modo, che una messa perfettamente valida spesso è una messa perfettamente noiosa che scoraggia e allontana i fedeli. Forte di alcune letture sull’argomento, prima fra tutte “Introduzione allo spirito della liturgia” di un Joseph Ratzinger ancora cardinale, oltre che dello zelo descritto nel Salmo 18, con un certo sprezzo del pericolo mi sono autonominato critico liturgico. Ho partecipato a messe in mezza Italia e ho scoperto che non ce n’è una uguale all’altra, differendo per durata, ambiente, parole, musiche, gesti, fervore. Le ho analizzate e infine le ho valutate, con nessun compiacimento anzi col timore di risultare presuntuoso e blasfemo”. Lo scopo sarebbe quello di “stimolare la celebrazione di messe più suggestive, capaci di attrarre anche i tiepidi e i dubbiosi”. Magari, invece seguono recensioni con votazioni alle singole celebrazioni, come se si trattasse di ristoranti o di spettacoli teatrali. Ad esempio, la predica, secondo la “spericolata definizione” di un religioso, dovrebbe essere “come una minigonna: corta, aderente alla realtà e che lasci intravvedere il mistero”. A parte le battute, è reale la desolazione di alcune messe, le quali ci immergono nella ordinaria situazione esistenziale e culturale contemporanea, a cui nessuno si può sottrarre, pure offrendo e soffrendo questa desolazione nella fede e nella preghiera comunitaria. Solo Cristo ci può tirar fuori. Aiutaci sempre, Signore, a far intravvedere ‘nella bellezza lo splendore del vero’. Per stima volendo tenere ferme le buone intenzioni, non è sufficiente questa critica liturgica, se non all’interno del proprio ruolo –in prima persona- nella partecipazione -oggi si dice anche animazione, sic!- della stessa liturgia a cui tutti sono chiamati, a seconda delle proprie possibilità.
Osservare se i propri vicini, durante la messa, si inginocchino o no, andar oltre fino a scriverne, non è presunzione, nè blasfemia, quanto stonato voyeurismo.